Non è cosa di Franco La Cecla

NON E’ COSA

I rifiuti sono un nuovo tipo di materia appartenente alla modernità post-industriale, una parte della materia del mondo che prima non esisteva. Nelle società antiche esistevano cocci, oggetti da buttare, resti, ma non si era mai concepito che essi potessero essere trattati come qualcosa a parte. E’ singolare che oggi si possa parlare di rifiuti, waste, dechets, come qualcosa a parte, come un quinto elemento, come qualcosa che va trattato al pari dell’acqua, l’aria, il fuoco, la terra.Fino alle soglie della post-modernità esisteva solo la questione di come relazionarsi alla deriva degli oggetti, al loro sfilacciarsi tra le generazioni, al loro passare di mano in mano. Gli oggetti, le risorse, venivano usati, trasformati dalle mani, dai piedi, dai pensieri di uomini e donne, ma non si pensava che una volta gettate nel cestino o nella spazzatura esse cambiassero statuto, diventassero dei paria, degli intoccabili da dimenticare.
C’erano, in molte culture, rituali per uccidere gli oggetti, o per farli andare in pace, falò e affogamenti per distruggerli, farli andare in fumo e in essenza. Ma non si pensava che da questi cadaveri si potesse estrarre una sostanza imbarazzante, onnipresente, chiamata “rifiuto”.
Oggi il “rifiuto”, ricordava Ivan Illich in un suo bellissimo libro sull’acqua (H2O e le acque dell’oblio), è “roba”, stuff, che ha ormai acquisito ai nostri occhi l’ovvietà di una presenza. Non ci stupiamo più di parlarne e di trovarcela sempre tra i piedi. Rifiuti radioattivi sono spediti dalle centrali nucleari ad infelici siti di stoccaggio, rifiuti industriali impazzano nei nostri fiumi, rifiuti ospedalieri minacciano la nostra salute, rifiuti elettronici attendono un riciclaggio da inventare.
Il mondo contemporaneo sembra occupato a far finta di potersi rifare nuovo a ogni piè sospinto, occultando che dietro a questa operazione c’è un “vecchio” da mettere sotto il tappeto. Buste di plastica soffocano delfini e tartarughe, invadono le cime dell’Everest come i deserti dell’Africa, e l’unico atteggiamento praticato in massa sembra quello del “male necessario”.
I rifiuti sarebbero il rimosso, l’ombra della nostra vita lucida e colorata, sarebbero il necessario peccato che bisogna commettere perché la macchina vada avanti.
L’auto che guidiamo è una metafora di tutto ciò. Ingoia aria e la trasforma in una miscela di incognite, particolati, fiumi esiziali che si infilano sotto il tappeto della nostra biologia e fisiologia.
Il rifiuto come male necessario è talmente presente costituisce monti colline, altopiani, discariche, mucchi e ammucchi. Essi sono il rimosso della città, l’inconscio “vergognoso”, le vergogne, il perturbante poco familiare della vita quotidiana. Per questo motivo essi sono diventati luoghi di un non toccato, non detto.
Sono diventati certo “non luoghi”, ma in un senso che ricorda anche i luoghi sacri, quelli “lasciati fuori” , la geografia dell’off limits. Un’antropologa indiana, Vijaya Nagarayan, ha studiato la capacità tutta indiana di assorbire la la modernità e di darle un senso. Nell’India creatrice anche le discariche stanno diventando il territorio di nuove divinità, il luogo dove il rifiuto diventa una categoria personificata e riscattabile proprio per la sua negatività.
La personificazione del rifiuto, la sua sacralizzazione, consente di di prenderlo in considerazione in modo relazionale, come qualcosa che ci pone interrogativi perché è una spazio del non.
Nella nostra società questa negatività non viene tematizzata, è un ennesimo aspetto della deriva tecnica che in Occidente rimane ostica a qualunque tentativo di senso. Lo sbarazzo, che è un atteggiamento occidentale nei confronti del rifiuto, è una rimozione. Come se appunto l’unica soluzione possibile, in perfetta chiave analitica, sia quello dello spostamento altrove, un altrove che si vorrebbe dimenticare: La geografia dell’Occidente è una mappa di chiazze visibili circondate da discariche, circondate da un altrove che è spazio, ma si vorrebbe che fosse tempo, luogo della rimozione, dell’oblio. Sbarazzare è il contrario di imbarazzare: l’imbarazzo viena sgomberato, il problema risolto affermando che esso sta altrove ( a monte, a valle).
Una delle visioni che turba gli occidentali è vedere, nei Paesi del Terzo Mondo, coloro che vivono sulle immense discariche delle grandi città e che da esse riescono a trarre alimento e sostentamento. Ciò ci fa impressione perché questi signori delle discariche mettono le mani su qualcosa che noi avevamo ritenuto per sempre “andato”. Essi compiono un’operazione sconvolgente, cercano nel rifiuto, nel left apart, l’essenziale. L’operazione è rivoltante perché mette in discussione i parametri di essenziale superfluo che abbiamo. Le discariche sono la testimonianza del superfluo, della vittoria ideologica della categoria di superfluità.
Ma questa categoria presuppone ua divisione economicistica della realtà. Si butta ciò che non serve, ciò di cui non si ha più bisogno.
Chi raccoglie questo buttato rovescia l’assunto su cui si basa la nostra economia: l’idea che esistano cose essenziali e cose superflue. Le discariche devono esistere per dimostrare che la ricchezza c’è. Come gli archeologi ricavano dalle tracce delle discariche antiche l’evidenza del livello economica di una civiltà, così noi abbiamo bisogno di grandi discariche per dirci che siamo ricchi. La nostra civiltà si adora nei propri cadaveri superflui. Gli scvangers, i diggers, i raccoglitori di rifiuti trattano invece questi come qualcosa che ha ancora una vita e un futuro.
Nulla è superfluo, perché tutto è all’interno della relazione che vincola gli uomini al mondo materiale. La significazione di questo non poggia sull’economia, sul “valore” degli oggetti rapportati ad altri oggetti di valore, ma sul valore relazionale del mondo delle cose, sul fatto che le cose diventano umane relazionandosi cin noi,.
Per questo l’economia non capirà mai il problema dei rifiuti, perché i rifiuti sono una svista economica, un’invenzione ideologica, un modo di chiamare le cose senza coglierne l’essenza. Se uno cammina per New Delhi o per Calcutta non vede rifiuti, vede polvere, fango, sudore,piscio e merda, non vede rifiuti. Le cose vengono utilizzate fino al loro disfarsi, anzi vengono fatte per essere disfatte, come i bicchieri per bere il tè vengono modellati in terracotta direttamente da chi vende il tè, e che sono destinati a tornare polvere, o le foglie che sono intrecciate a fare da piatto. Tutto si disfa e quello che non si disfa viene ancora usato fino allo sbriciolamento. Da questo punto di vista l’India è priva, in molti luoghi, del nostro tipo di rifiuto, sacchetti di plastica, bottiglie, rifiuti alimentari. La stessa merda è usata per alimentare il fuoco. Il mercato di Addis Abeba non è da meno. Tutto viene rielaborato, i copertoni diventano scarpe, ceste, le lattine di Coca-Cola macinini, in una reinvenzioneded mondo di fronte a cui ogni pop-art è stupida imitazione.
La nostra categoria di rifiuti ricorda da presso altre categorie ideologiche: il tempo libero, cioè il tempo buttato via dal lavoro, il “privato”, come rifiuto lasciato agli individui quando non è in atto la guerra produttiva, il divertimento, come resto della società dello spettacolo, o della felicità, come resto del funzionamento della macchina e suo nonostante. O del dolore, come spazio del nonsenso, vero rifiuto, buco oscuro, messo sotto il tappeto.
Il resto di cui parlo ha anche a che fare con l’elemosina: si dà in elemosina quello che è in più e che “altrimenti verrebbe buttato”, si fanno i sacchi per la Croce Rossa con gli abiti smessi. Non si dà in elemosina l’essenziale, perchè sarebbe “privo di logica”. Eppure l’elemosina, la richiesta di elemosina sta lì a dimostrare che nonostante il rimosso quello che noi ritenevamo superfluo è invece essenziale, è “desiderabile”, “ri/chiesto”. A questo punto le due categorie, essenziale e superfluo, diventano senza senso. Il resto che diamo in elemosina diventa a tal punto autonomo da noi da mettere in dubbio che sia solo un resto. L’elemosina è la traduzione del rifiuto in qualcos’altro. La richiesta di elemosina, artata o “autentica” che sia – ma la richiesta è già di per sé qualcosa che, svolgendosi sul piano ancora apparente dell’economia, è sempre falsa perché sempre sotto il velo dell’anonimato economico: l’economia è anonima , dal banchiere all’elemosinante – svela l’arcano, mette a nudo una verità rimossa, quella cioè che il rifiuto è un alibi dell’anima e non una categoria della materia.
Da “NON E’ COSA” vita affettiva degli oggetti. Di FRANCO LA CECLA