Come ho svuotato la casa dei miei genitori. Lydia Flem

Le cose non sono soltanto cose, recano tracce umane, sono il nostro prolungamento. Gli oggetti che a lungo ci hanno fatto compagnia sono fedeli, nel loro modo modeste e leale, quanto gli animali o le piante che ci circondano. Ciascuno ha una storia e un significato mescolati a quelli a quelli delle persone che li hanno utilizzati e amati. Insieme formano, oggetti e persone, una sorta di unità che si lascia smembrare a fatica. Pag. 42

Per ogni oggetto, ogni mobile, ogni vestito, ogni documento, si profilavano quattro direzioni, come nei cartelli all’incrocio delle strade: tener, regalare, vendere o buttare via. Pag. 34

Oggetti orfani
Le cose hanno i loro segreti,
Le cose hanno le loro leggende,
Ma le cose ci parlano
Se sappiamo ascoltare
Barbara Drouot
Gli oggetti vivono parecchie volte. Trasmessi a nuovi proprietari, conserveranno qualche traccia della loro esistenza anteriore? Immaginarli altrove, in altre mani, per usi che si sovrapporranno a quelli che hanno conosciuto in precedenza, non ci lascia indifferenti. Avevo bisogno di credere che quelli che erano stati scelti e tenuti con cura dai miei genitori sarebbero stati amati, privilegiati, accuditi dai loro nuovi padroni. Per darli via senza rimpianti e senza senso di colpa, volevo pensare che si sarebbero consumati e sarebbero invecchiati circondati di attenzione. Le cose non sono molto diverse dalle persone o dagli animali. Gli oggetti hanno un’anima, e io mi sentivo in dovere di proteggerli da un destino troppo funesto.

“E’ sempre facile gettare ciò che non ha nessun valore sentimentale ai nostri occhi. Ma separarsi dai propri ricordi non è neppure gettare, è amputare. Il distacco si compie di rado in maniera istantanea. Richiede una lunga metamorfosi interiore, un lavoro di pazienza, un mettersi alla prova che si rinnova in continuazione.” pag. 99

“Vecchi prospetti turistici, riviste fuori moda, fatture del telefono obsolete, ficcavo allegramente tutto quello che mi capitava sottomano nei grandi sacchi dell’immondizia. Era un giorno propizio. Nessun dolore, nessun senso di colpa intralciava le mie azioni. Le scaffalature della soffitta si svuotavano finalmente. Provavo una gioia perfetta. Una grande scatola dai motivi rossi e verdi interruppe il mio entusiasmo. Vi scoprii accuratamente impilati decine di tovagliolini di carta provenienti e da ristoranti del mondo intero. Volevo gettarli subito, ma esitai un’attimo e poi li esaminai più attentamente. In un angolo di ciascuno, la calligrafia sottile di mia madre, ferma e agile, si notava chiaramente, e imprimeva a quelle carte insignificanti un’emozione inattesa. Vera, leggera e persistente. Perplessa, chiusa nella piccola soffitta buia, mentre fuori splendeva un sole abbagliante, riflettevo sulla bizzaria di quella collezione e sull’assurdità della mia situazione. Da quali potenze infernali ero trattenuta come Persefone sotto terra, lontana dalla vita e dalla luce? E’ stato in quel momento che mi è venuta l’idea di scrivere queste pagine.
Carte goffrate, stampate, a quadretti bianchi e rossi come autentici tovaglioli di cotone, dove erano impressi nomi esotici, di luoghi lontani, slogan, disegni belli o buffi, vi ho portate tutte sul mio tavolo di lavoro. Come in una classificazione alla Perec o in un inventario alla Prèvert, vi concatenavate le una alle altre. Non potevo gettarvi nel vuoto senza èrendere nota dello strano rosario che formavate: Ventimiglia, 29 agosto 1988. “Casa del Caffè”; Orlèans, 2 marzo 1983, 2Les Musardises”, pasticceria esclusiva al burro fine; Bruges, 18 giugno 1983,”Brasserie Lyrique”; Copenaghen, 15 novembre 1981, “Hotel Scandinavia”. Lo “Scaramouche” ad Amsterdam, il “Casanova” a Milano, un ristorante giapponese ad Amburgo, un bar greco a Rotterdam, tracciavano una geografia senza capo né coda, come quei disegni a puntini di cui non si conosce il senso se non dopo averli collegati tra loro.
Le cose occupano nell’immaginario di coloro che le conservano un posto singolare, pregnante, inscindibile dai legami talvolta labirintici che si annodano con esse. Non sfuggono all’alone di mistero di cui sono state circondate. Estranea alla passione che animava quei tovaglioli di carta e dei loro proprietari scomparsi, non potevo incontrarli ma sfiorarli appena. I loro percorsi mi sarebbero rimasti ignoti per sempre.
Che cosa avrebbero pensato i miei visitatori occasionali se mi avessero sorpresa mentre sollevavo ad uno ad una quei tovaglioli, redigendone l’inventario, invece di buttarli nel cestino della carta straccia? Che ero impazzita? Che dopo un anno sarei stata ancora lì? Che bisognava metterci più metodo e meno sentimenti? Che non dovevo conservare tutto, né contemplare ogni cosa prima di separarmene? Che stavo sfiorando il ridicolo?
Forse era il mio modo per pagare il prezzo di una sensazione più intensa, una nuova gioia di vivere. Potevo dirlo?
Non volevo che svuotare la casa dei miei genitori fosse sinonimo di abbandono e di anonimato. Quindi non avevo chiamato un svuota-soffitte, uno di quegli orribili predatori che ti mandano ipocritamente le loro condoglianze all’indomani dei funerali suggerendoti di lasciarli penetrare nel tuo sconforto o anche in casa, per liberarti in quattro e quattr’otto del contenuto di tutti i tuoi ricordi; le carabattole dove poteva annidarsi qualche tesoro maliziosamente nascosto, vecchi pezzi di ferraglia, arnesi arrugginiti e insieme vasi rustici di rame che creeranno un’atmosfera campagnola nelle vetrine degli antiquari, i vecchi telefoni con il pesante disco di metallo nero che presto fanno tendenza, gli strumenti che un tempo consentivano di realizzare un’opera a regola d’arte, un lavoro ben fatto, l’adeguamento tra il gesto e la funzione, la mano e la materia. Oggi nessuna sa cosa farsene perchè sono sinonimo di fatica e di pazienza, mentre la parola d’ordine non ammette repliche: che il piacere sia immediato. Ma i rigattieri li rivenderanno presto a peso d’oro per far sognare gli acquirenti postmoderni. I vecchi dischi di vinile che già vanno a ruba, le carte stradali sorpassate, le vecchie guide quasi storiche, perchè il presente s’invaghisce di un passato recentissimo e lo dichiara vintage. Poltrone dai colori fluorescenti rosa e arancio dei Sixties. Componibili bassi “copia Knoll garantita”, piatti dal design scandinavo, posacenere a forma di disco volante, pouf rotondi, tende dai motivi spichedelici, gioielli e abiti peace and love dall’India…Tutto un bric-àbrac che non mi sarebbe mai servito, ma che non avevo il coraggio di buttare a mare.
Tutte le epoche si mescolavano dentro la soffitta e nelle varie cantine della casa. Avrei voluto invitare abbastanza gente perchè ognuno vi trovasse una cosa per sé, scarpe per i propri piedi, un coperchio spsiato per quel barattolo o per quella scatola rimasti senza, oppure il soprammobile raro che aspettava da tempo. Decine e decine di oggetti provenienti da acquisti, doni, casi della vita, giacevano lì, abbandonati a se stessi, un’eredità vacante. Più li accarezzava, li spolverava, li covava con uno sguardo gelose e protettivo.
Anche gli oggetti diventano orfani. Hanno bisogno di genitori adottivi, di nuovi amici, di nuovi proprietari esclusivi e furiosamente gelosi che si prendono cura di loro. Gli oggetti soffrono di essere inutili, abbandonati, inoperosi. Come buttar via ,per esempio, delle chiavi non identificate? Non sapevo più quali serrature aprissero – di porte o di valige – ma non mi decidevo a liberarmene senza un supplemento di indagine: come se, in qualche punto dell’universo, una porta o una valigia attendessero di venire liberate dalla loro prigione grazie a una chiave dimenticata. Non dovevo condannarle ad una attesa infinita.
Dovevo quindi trovare assolutamente un amatore per i miei strani tesori: un collezionista di scatole di fiammiferi capace di estasiarsi davanti a certi esemplari degli anni Cinquanta, un amante di vecchie macchine fotografiche, un cercatore di compassi, calamai, portapenne e materiale da ufficio precedente l’era informatica, o al contrario qualcuno che andasse a caccia dei primi modelli di computer… Un amante del bricolage fanatico di saldatori, tenaglie, viti, chiodi, scalpelli, pinze, cesoie e martinetti di ogni genere. Una sarte patentata che volesse avere sempre sottomano quindici sfumature di filo blu o beige, spille a profusione, aghi per tutte le stoffe (dal cotone al cuoio passando per la tela da barca), forbici professionali, cartamodelli e tagli di stoffa multicolori, scampoli di tessuto o di fodera “che possono sempre servire”.
Devo rintracciare qualcuno che avesse intenzione di imparare il russo (ampia scelta di metodi),”lo” studioso in cerca dei numeri di una rivista letteraria svizzera, “La Guilde du Livre”, dal 1947 al 1964, un collezionista di campioncini di profumo, ma anche di guanti orfani, di calze scompagnate, e della panoplia delle creme solari acquistate almeno quindici anni prima, senza contare colui o colei che si sarebbero rallegrati di acquisire rasoi elettrici di tutte le marche, saponette degli alberghi del mondo intero, spazzolini da denti da viaggio, bottiglie di liquori internazionali, agende di cuoio mai usate, piccole calcolatrici, stampi per dolci di tutte le forme, pinze da zucchero, altre per asparagi (chi le avrà inventate e chi mai se ne sarà servito?), cucchiaini argentati ancora nel loro astuccio di velluto, e altri regali accumulati nel corso degli anni senza venire neppure aperti? Per non parlare della collezione di coperchi di camembert, di monografie sui funghi, di centinaia di scatole per surgelare, di migliaia di bottoni, di centinaia di migliaia di fazzoletti di carta e di milioni di chiodini?
Ma che fare dei ritratti di famiglia di cui si erano dimenticati i protagonisti, che restavano senza nome in fondo a uno scatolone, orfani non di ascendenti ma di discendenti in grado di riconoscerli (ed è probabilmente il destino che spetterà a noi tutti), e di cui nessuno potrà ormai notare sul rovescio della foto sbiadita il nomignolo affettuoso?
E non c’è più nessuno neanche per mettersi quegli abiti dalla foggia desueta, quegli occhiali da sole dalle montature fuori moda – a meno che la moda non torni, ma non torna mai quando si ha bisogno di lei-, quei pantaloni da sci aderenti, quegli scarponi di cuoio nero così rigidi e pesanti che mi domandavo come un piede umano avesse mai potuto sopportarli senza ribellarsi ad ogni passo. Chi vorrebbe questi magnetofoni dalle bobine rotonde, questi proiettori per diapositive, i miscelatori da cocktail, i piatti a scomparti per le noccioline, gli innumerevoli macinapepe, le collezioni di zollette di zucchero nelle scatole di caramelle di una volta, i barattoli di spezie in plastica su un vassoio girevole, gli apribottiglie “Cinzano”, gli spiedini da formaggio con un maialino in cima? A chi proporre le quattro scatole di metallo con scritto Farina, Zucchero, Biscotti, Caffè, le coppette di cristallo e i boccali da birra, le botticelle di legno, i portaburro di alluminio, e vassoi per tutte le occasioni, pile di tovaglie, tovaglioli, servizi all’americana in cotone, lino paglia, merletto e plastica? Chi sarebbe contento di ricevere questi bicchieri da vodka, da whisky, da vino, da cognac, da limonata o da porto, flute e coppe scompagnate per lo champagne, secchielli e pinza per il ghiaccio, thermos, fornellino da campeggio, pile tascabili, apribottiglie, posate da insalata in legno d’olivo, cornici vuote, borsoni da spiaggia, attrezzi da giardino, cinturini da orologio senza orologio?
E i cinque chili di candele mezze usate, chi mai li vorrebbe? Mogi mogi, ammucchiati dentro varie scatole di biscotti, lunghi e sottili, tozzi o minuscoli, giacevano mozziconi di candele di tutti i colori dell’arcobaleno. Non sapevo se ridere o piangere. La tenerezza ebbe la meglio sull’irrisione. Me le portai a casa, quelle candele che si erano consumate alla loro tavola e le feci brillare sulla mia. Mi sarebbe piaciuto accendere tutte quelle luci, non gettarne neppure una prima di averla guardata sciogliersi lentamente e spegnersi da sola. Pag. 101-109